Puntero raccoglie un'intervista sul baskin!

11 giugno 2026

Baskin in Italia: regole, storia e protagonisti di uno sport che unisce persone con abilità diverse


di Camilla Valerio

«Ho cinque figli, di cui una ha una disabilità importante. Guardandoli giocare in casa, mi accorgevo che tendevano a modificare i loro giochi per riuscire a coinvolgerla. E, mentre si divertivano insieme a lei, sviluppavano una serie di capacità preziose per la sorella e per loro stessi.»


È da questo ricordo che Antonio Bodini inizia il racconto della nascita del baskin, «lo sport progettato per tutte le persone», che ha contribuito a fondare e sviluppare. «Forte di questa esperienza concreta», continua il presidente dell’Associazione Baskin, «ho provato a proporre la mia idea nella scuola, dove sapevo ci fosse la volontà di attivare modelli inclusivi».

È così che a Cremona, nel 2001, nascono le prime esperienze, grazie anche all’insegnante di educazione fisica Fausto Capellini. Un percorso che ha portato oltre 20 mila ragazze e ragazzi a entrare in contatto con questa disciplina e i suoi valori. Venticinque anni dopo, il baskin conta più di 9 mila tesserati, 250 associazioni sportive registrate e un campionato nazionale che culminerà con le finali di Monfalcone, in programma dal 12 al 14 giugno. La strada, però, non è stata semplice e, attraverso la voce di Antonio Bodini e di chi vive questo sport ogni giorno, proveremo a capire qualcosa di più di questa realtà.

Giocare per un obiettivo comune: come nasce il baskin

Osservando i propri figli giocare insieme, Antonio Bodini intuì che anche nello sport fosse arrivato il momento di superare l’approccio pietistico nei confronti delle persone con disabilità e di immaginare un gioco capace di coinvolgere davvero chiunque ne prendesse parte. L’obiettivo non era semplicemente favorire la partecipazione, ma costruire, come spiega lui stesso, «il gusto di raggiungere degli obiettivi con tutti gli altri».

Per riuscirci, però, era necessario partire da un presupposto semplice: ogni individuo ha capacità e punti di partenza differenti, ma tutte e tutti devono avere la possibilità concreta di incidere sulla partita e aiutare la squadra a vincere. «Se una persona ha una tetraparesi spastica e noi le chiediamo di tirare da tre con un pallone grosso, non ci arriverà mai e quindi non potrà mai dare il suo contributo. Se invece riesce a tirare da un metro con una palla più leggera, per lei o lui è uno sforzo enorme e se fa canestro, gli diamo tre punti».

Nel baskin, però, la possibilità di segnare «non è un regalo, ma una vera e propria sfida che ci si conquista» attraverso il gioco di squadra. Ed è proprio questo uno degli aspetti che più colpisce chi lo guarda: il baskin è fortemente competitivo, le partite si decidono spesso punto a punto, tra continui ribaltamenti di fronte e grande partecipazione del pubblico. Una dimensione che, per chi ha dato vita al movimento, è sempre stata fondamentale e che emerge anche dai racconti di chi scende in campo ogni settimana. Francesco Vincenzo Agatino, che gioca nella squadra di baskin di Corato come numero 4 — un ruolo assegnato a chi non ha disabilità ma non possiede esperienza cestistica significativa — racconta: «Giocare mi riempie di energia, è qualcosa che mi fa sentire bene. L’aspetto migliore è vedere l’entusiasmo dei miei compagni e sentirmi parte di qualcosa di coinvolgente ma anche competitivo».

Il grande trasporto del pubblico è stato fin dall’inizio uno degli elementi decisivi, come spiega Bodini: «Il fatto che ci siano persone che vengono a vedere e si appassionano è uno degli aspetti principali di questo sport. Tra i vincoli della progettazione c’era proprio quello estetico: questa disciplina doveva essere qualcosa di bello. Perché se fai giocare tutte e tutti, ma in una situazione molto brutta, diventa un peso per chiunque e chi partecipa finisce per chiedersi: “Che ci sto a fare qui, a fare una cosa che non piace a nessuno?”».

Lo stesso entusiasmo emerge nel ricordo più vivido tra quelli custoditi nell’esperienza di Vincenzo: «La partita che ricordo con più emozione è stata la nostra prima vittoria in casa. Non mi aspettavo tutto quel seguito da parte della gente di Corato: il palazzetto era pieno. Alla fine della partita il pubblico iniziò a fare la ola e noi corremmo verso gli spalti per festeggiare insieme. È stato bellissimo».

Le regole del baskin: uno sport progettato per tutte le soggettività

Per costruire uno sport capace di essere inclusivo, ma allo stesso tempo divertente e competitivo, ci sono voluti anni di tentativi, aggiustamenti e confronti continui con chi scendeva in campo. Antonio Bodini racconta che il regolamento del baskin non è nato in modo teorico, ma si è sviluppato poco alla volta grazie ai suggerimenti di coloro che si allenavano: «Noi chiedevamo sempre se si divertivano e loro, molto schiettamente, ci dicevano la loro. Molte volte ci suggerivano dei cambiamenti perché avevamo reso il gioco troppo semplice per le persone con disabilità. Così, aggiustando pian piano il tiro, è nata la forma attuale del baskin».

Oggi il baskin mette in campo sei giocatori, suddivisi in ruoli numerati da 1 a 5 in base alle capacità motorie e tecniche. Il numero 5 è generalmente assegnato a chi ha esperienza di pallacanestro, mentre i ruoli inferiori corrispondono a cestisti con diversi livelli di difficoltà motorie o cognitive. Anche il campo è stato ripensato: oltre ai due canestri regolamentari sono presenti altri quattro laterali, collocati a un’altezza più bassa. 

Le squadre devono essere miste e comprendere uomini e donne, mentre la somma dei ruoli in campo non può superare un determinato punteggio, per evitare squilibri. Persino la difesa segue regole precise: ogni giocatore può marcare soltanto avversarie e avversari del proprio livello o superiore. Le partite si giocano in quattro tempi da otto minuti e l’obiettivo resta quello della pallacanestro: segnare più punti della squadra avversaria, valorizzando però la collaborazione e il contributo di tutte le soggettività al risultato finale. 

Domenico Pio Guercia gioca nel Baskin Corato con il ruolo di 3, una posizione intermedia riservata a chi può avere alcune limitazioni motorie o cognitive ma prende parte al gioco in gran parte del campo. Racconta che il suo obiettivo è sempre «segnare il più possibile» per aiutare la squadra a vincere. Ed è proprio per questo senso di responsabilità che, prima delle partite, ammette di sentirsi «tesissimo». Anche nel baskin succede di vincere una partita all’ultimo secondo grazie a un “portaggio”: un’azione in cui un giocatore della squadra entra nell’area laterale vicino ai canestri più piccoli e serve la o il compagno con un assist per permettergli di andare a canestro.

È proprio in momenti come questi che, secondo Bodini, il baskin riesce a ribaltare il modo tradizionale di guardare alla disabilità: «Questa è una cosa importante da capire: una persona con disabilità non è un peso. Ha invece la possibilità di coinvolgerti, di gratificarti. Se non scopriamo questo aspetto, continuiamo sempre a fare quelli che, tra virgolette, “assistono”, “si occupano”, “si prendono cura”. In realtà qui ci si diverte insieme agli altri. E il fatto che un numero 1 o 2 ti faccia vincere la partita all’ultimo secondo sconvolge tutti i paradigmi. Perché a quel punto quella persona diventa qualcuno su cui le altre hanno investito per vincere. Le hanno portato la palla perché speravano che ce la facesse. E magari può anche succedere che sbagli e ti faccia perdere. Ma è giusto così: è questa adrenalina, questa imprevedibilità, a rendere tutto vero. Ed è proprio per questo che piace».

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